Siamo abituati a pensare ai data center dell’AI come a enormi strutture di silicio, metallo e calore, che divorano energia elettrica e acqua per far girare costosissime unità di elaborazione grafica. Cortical Labs, startup australiana fondata nel 2019 dal medico e imprenditore Hon Weng Chong e dal computer scientist Andy Kitchen, sta immaginando qualcosa di radicalmente diverso: data center alimentati non da GPU, ma da neuroni umani vivi.
La società ha lanciato il primo “Bio Data Center” al mondo a Melbourne, una struttura che contiene 120 unità CL1 (i suoi computer biologici) ciascuna ospitante circa 200.000 cellule cerebrali interfacciate su chip di silicio, ottenute trasformando sangue donato in cellule staminali e infine in neuroni. Un secondo data center è in costruzione a Singapore, in partnership con DayOne Data Centers, e punta a schierare fino a 1.000 unità in fasi successive.
Le “vere” reti neurali
Il principio alla base è tanto semplice quanto rivoluzionario. Il sistema invia impulsi elettrici ai neuroni, che rispondono formando reti neurali capaci di apprendere e adattarsi, esattamente come accade nel cervello umano. Tutto è gestito da un sistema operativo chiamato biOS, che mantiene i neuroni in vita fino a sei mesi.
Il vero punto di forza è il consumo energetico: in un’epoca in cui i data center AI stanno mandando in crisi le reti elettriche mondiali, ogni unità CL1 richiede circa 30 watt, a fronte delle migliaia di watt necessari ai chip AI convenzionali. Un intero rack di unità CL1 consuma tra 850 e 1.000 watt, enormemente meno dei decine di kilowatt richiesti da un data center AI tradizionale.
Da Pong a Doom
La tecnologia ha già dato prova di sé in modo spettacolare: dopo aver imparato a giocare a Pong nel 2022, i neuroni del CL1 hanno recentemente imparato a giocare a Doom in pochi giorni, grazie a un developer che ha partecipato a un hackathon di Stanford University, codificando il gioco attraverso stimolazioni elettriche. Il Chief Scientific Officer Brett Kagan è il primo a mantenere i piedi per terra: “È un campione di eSports? Assolutamente no. Muoiono spesso — ma stanno imparando“.
Gli esperti sono entusiasti ma cauti. Steve Furber dell’Università di Manchester avverte che la tecnologia è ancora lontana dalla produzione su larga scala: “È un passo enorme passare da una piccola rete che gioca a un videogioco a un LLM.” Eppure, Michael Barros dell’Università di Essex, che già usa i servizi cloud di Cortical Labs, è convinto che stiano facendo qualcosa di storico: rendere il biocomputing accessibile su scala.
“Un mondo completamente nuovo”
Senz’altro è incredibile vedere un ammasso di circa 200 mila neuroni umani coltivati su un chip che impara a muoversi e sparare in Doom. Le sperimentazioni dell’azienda aprono però a una serie di domande difficili da ignorare. Non a caso basta scorrere i commenti sotto il video della dimostrazione di Doom per individuarle tutte: “Immagina di essere una forma di vita semi-cosciente basata sul cervello umano, il cui unico scopo è quello di essere intrappolata in uno scenario fantascientifico da incubo“, scrive qualcuno. Altri reagiscono anche più criticamente, citando le teorie del filosofo Hilary Putnam: “La follia più totale, il colpo di grazia per l’umanità. Il cervello in una vasca non è più un mito. La simulazione è qui per tutti. Benvenuti in Matrix.”.
C’è anche chi preferisce lasciarsi guidare dalla curiosità e dall’eccitazione per approdi scientifici inimmaginabili. “Penso che ci stiamo avvicinando alla comprensione della coscienza. Sono così grato di vivere in quest’epoca per poter assistere a queste scoperte“. Probabilmente commento riassume bene tutti i punti di vista: “Questo è fondamentalmente l’inizio di un mondo completamente nuovo“. Perché poche tecnologie, oggi, sono più di frontiera di questa.
