Jensen Huang, CEO di Nvidia, ha detto senza esitazioni che dimenticare le tabelline o non saper fare una divisione è un prezzo accettabile da pagare per l’avanzata dell’intelligenza artificiale. Lo ha fatto durante una puntata dell’Ezra Klein Show, rispondendo a una domanda diretta sui danni cognitivi che l’AI sta infliggendo agli studenti. La risposta ha fatto il giro del mondo.
Il conduttore Ezra Klein aveva portato in discussione uno studio cinese su 26.000 studenti che hanno iniziato a usare strumenti di AI in momenti diversi. L’obiettivo era confrontare direttamente l’impatto dell’intelligenza artificiale sulle performance scolastiche. I risultati erano chiari: gli studenti completavano i compiti più in fretta con l’AI, ma le competenze cognitive necessarie per svolgerli si deterioravano nel tempo. Un’altra ricerca, condotta su mille studenti di scuola superiore, ha misurato un miglioramento del 48% nei risultati con ChatGPT, ma una caduta del 17% nelle performance quando lo strumento veniva tolto — rispetto a chi non aveva mai usato l’AI.
Huang ha riconosciuto il fenomeno senza particolari riserve. “Prova a fare fare una divisione lunga a un bambino adesso”, ha detto. Ha aggiunto che le tabelline si stanno dimenticando, le radici quadrate sembrano un lusso del passato. Poi ha risposto alla domanda che lui stesso si è posto — “conta qualcosa?” — con un secco: “No, non credo che conti.” Ha ammesso di non ricordare il proprio indirizzo né il numero di telefono. La tesi di fondo è che la società “scoprirà nuove competenze” per rimpiazzare quelle perdute, anche se ha lasciato intendere che le competenze di base probabilmente non torneranno.
È una posizione che segue una logica interna: se una macchina fa i calcoli meglio di qualunque essere umano, perché insegnare ai bambini a farlo a mano? Il problema è che questa logica trascura la differenza tra il sapere usare uno strumento e il capire cosa si sta facendo. Uno studente che ottiene il risultato giusto grazie a un chatbot non ha necessariamente sviluppato la capacità di ragionare sul problema. E quando lo strumento non c’è, quella capacità si rivela assente. Le ricerche citate da Klein lo dimostrano in modo misurabile.
Il contesto in cui Huang si muove non è neutro. Nvidia è l’azienda che produce i chip su cui gira quasi tutta l’intelligenza artificiale mondiale. Più l’AI si diffonde, più le GPU di Nvidia vengono acquistate. La dipendenza degli utenti dagli strumenti AI — studenti inclusi — è direttamente vantaggiosa per i conti dell’azienda. Huang non ha dichiarato di ignorare i rischi per ragioni commerciali, ma la coincidenza di interessi è difficile da non notare. Pochi altri CEO del settore hanno avuto il coraggio, o l’imprudenza, di essere così espliciti sul tema.
Le reazioni nel mondo tech e nell’istruzione sono state immediate. La preoccupazione non riguarda solo la matematica: riguarda il pensiero critico, la capacità di risolvere problemi senza assistenza, la memoria come funzione cognitiva attiva. Se il vertice di una delle aziende più influenti al mondo ritiene che tutto questo sia sacrificabile, la discussione su come integrare l’AI nelle scuole diventa urgente in modo diverso. Non si tratta più di scegliere quali strumenti usare, ma di decidere che tipo di intelligenza vogliamo che i bambini sviluppino.
