Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha lanciato un avvertimento netto al Digital-Gipfel che si tiene a Berlino. Germania ed Europa devono sviluppare più in fretta proprie capacità nell’AI, o rischiano di «dipendere interamente da terzi» per una tecnologia che si sta integrando in ogni snodo dell’economia. La sovranità digitale, ha detto, diventa così «una questione davvero esistenziale». L’obiettivo dichiarato è poter produrre e gestire tecnologie in modo «indipendente, sicuro e autonomo lungo l’intera filiera, dall’hardware al software», evitando che il controllo finisca nelle mani di pochi fornitori esteri.
Parole forti, accompagnate dalla promessa di uno «sforzo tecnologico e organizzativo enorme», capace di modernizzare a fondo Stato ed economia. Merz, reduce da un viaggio di cinque giorni a Singapore, Giappone e Corea del Sud, ha rivendicato i punti di forza tedeschi nell’ingegneria industriale, ma ha anche annunciato la volontà di collaborare con partner affini come Francia e Canada per condividere conoscenze e diversificare le catene di approvvigionamento. Il messaggio è chiaro, ridurre le dipendenze dai giganti tecnologici di Stati Uniti e Cina senza però chiudersi in una torre d’avorio tecnologica.
Dietro le dichiarazioni esiste un piano con un nome preciso, KI-Nation 2030. La task force istituita in estate dal Consiglio di sicurezza nazionale ha presentato al summit un rapporto con traguardi misurabili. Entro il 2030 almeno l’80% delle grandi imprese e il 55% delle piccole e medie aziende dovranno usare l’AI, le startup del settore dovranno triplicare e oltre il 10% della produzione economica dovrà essere generato da attività basate sull’AI. Il ministro per la digitalizzazione Karsten Wildberger ha inoltre confermato l’obiettivo di quadruplicare entro il 2030 la capacità di calcolo per l’AI in Germania, cuore di un piano complessivo di 18 misure chiave.
A presentare il conto, però, è proprio la ricerca accademica. L’Ifo di Monaco, in un’analisi pubblicata lo stesso giorno del vertice, ha dipinto un Paese non ancora pronto. Il settore delle tecnologie dell’informazione genera appena il 4,6% del valore aggiunto tedesco, un dato collocato nella parte bassa della classifica europea, e nel 2025 la Germania ha importato circa 11 miliardi di dollari di servizi ICT più di quanti ne ha esportati. «La Germania è più dipendente dall’estero nelle tecnologie dell’informazione di qualsiasi altro membro dell’Unione Europea», ha sottolineato l’istituto, indicando anche amministrazioni ancora legate alla carta e il 40% degli studenti quattordicenni che non raggiunge il livello base di alfabetizzazione informatica.
La task force governativa ha messo in conto anche il fattore tempo, e la sua analisi non è consolatoria. «La finestra di tempo per colmare il divario si sta per chiudere», si legge nel rapporto finale, secondo cui i prossimi dodici-diciotto mesi saranno decisivi per capire se il Paese resterà agganciato ai leader mondiali o scivolerà indietro. Un monito simile era già arrivato dal CEO di Nvidia, Jensen Huang, che a ottobre in un incontro pubblico con Merz aveva ricordato agli industriali tedeschi che «gli elettroni non sostituiranno mai gli atomi», ma che l’AI può potenziare un modello di business che «non ha un’altra occasione» di essere reinventato.
Il quadro è quello di un gigante industriale consapevole di correre su un terreno che cambia più velocemente della propria burocrazia. I dati sugli investimenti privati mostrano comunque un Paese tutt’altro che fermo, con aziende come Amazon e Nvidia che in ottobre hanno aderito a impegni complessivi per oltre 225 miliardi di euro, annunciati dal governo al summit di Berlino. La scommessa del cancelliere è riuscire a trasformare la sovranità digitale da parola d’ordine politica in infrastruttura concreta, competenze e calcolo, prima che la finestra di tempo si chiuda davvero, con le conseguenze che nessuno a Berlino vuole nemmeno immaginare.
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