Gli investimenti in intelligenza artificiale hanno trainato circa la metà della crescita reale del PIL statunitense nella prima metà del 2025. Nei primi tre trimestri dell’anno, le spese in conto capitale legate all’IA — software, calcolo distribuito, infrastrutture per data center — hanno contribuito fino a 1,3 punti percentuali alla crescita trimestrale, secondo BofA Global Research. Un peso che supera quello del dot-com boom del 2000, quando il settore tecnologico aveva contribuito al 28% della crescita marginale.
I dati grezzi però vanno letti con attenzione. Gran parte dell’hardware AI viene prodotto all’estero: chip, semiconduttori, apparecchiature per le telecomunicazioni. Una volta corretti per queste importazioni, il contributo netto dell’IA al PIL scende a 40-50 punti base, pari al 20-25% della crescita reale tra il primo e il terzo trimestre. Lo ha calcolato MRB Partners in un’analisi pubblicata a gennaio 2026, che ridimensiona la narrativa secondo cui l’intera economia americana dipende dall’IA per restare a galla. La spesa dei consumatori, quella tradizionale, ha tenuto bene per tutto l’anno.
Eppure il peso del settore è concreto. Goldman Sachs stima che l’IA generativa potrebbe aumentare il PIL globale di circa il 7% nel prossimo decennio. Nel breve periodo, i segnali di diffusione capillare ci sono già: i pagamenti a servizi tecnologici da parte delle piccole imprese sono cresciuti del 6,9% su base annua, con i risultati più alti nei settori manifatturiero e delle costruzioni. L’adozione non è più appannaggio esclusivo delle grandi aziende tech. Il PIL statunitense è cresciuto a un tasso annualizzato del 4,3% nel terzo trimestre del 2025, ampiamente sopra le attese.
Il meccanismo non è solo diretto. Il rialzo dei titoli legati all’IA ha aumentato il patrimonio delle famiglie americane, e quel patrimonio aggiuntivo è confluito nei consumi privati. Peter Berezin di BCA Research ha detto esplicitamente che senza il boom dell’IA “è plausibile che l’economia sarebbe già in recessione”. È una valutazione netta, che però va bilanciata con i dati di MRB Partners: la crescita sarebbe comunque rimasta sopra l’1,5%, sostenuta dalla domanda interna. La dipendenza dall’IA è reale, non è totale.
Guardando al 2026, le proiezioni di Morgan Stanley alzano le stime di crescita al 2,6%, citando direttamente gli investimenti delle grandi aziende tech in capacità di calcolo. I data center si moltiplicano, la domanda di chip non rallenta, e le piccole imprese continuano ad adottare strumenti AI a ritmo crescente. Il rischio speculare è quello di un’economia che ha costruito una dipendenza strutturale da un settore ancora giovane: se l’ottimismo intorno all’IA si incrinasse, l’onda d’urto non resterebbe confinata alla Silicon Valley.
