L’intelligenza artificiale non sostituirà gli scienziati. Almeno non secondo Giorgio Parisi. Ma potrà diventare uno dei loro strumenti più potenti. Lo dimostra una vicenda destinata ad alimentare il dibattito sul ruolo dell’AI nella ricerca scientifica. Il premio Nobel per la Fisica ha raccontato di aver risolto, insieme al modello linguistico Claude, un problema teorico rimasto irrisolto per oltre un decennio.
La dimostrazione, realizzata insieme al fisico teorico Francesco Zamponi dell’Università Sapienza di Roma, è stata pubblicata sul Journal of Statistical Mechanics, segnando uno dei casi più significativi di collaborazione documentata tra un ricercatore e un modello di AI nella produzione di nuova conoscenza scientifica.
“Lui ha trovato l’idea giusta. Io però l’avevo instradato“, spiega Parisi nell’intervista rilasciata a La Repubblica. Una frase che sintetizza perfettamente il rapporto che, secondo il fisico italiano, dovrebbe esistere tra esseri umani e sistemi di AI: non una competizione, ma una collaborazione.
Il problema affrontato riguardava un aspetto della meccanica statistica. I ricercatori disponevano già di una soluzione numerica, ma mancava ancora la dimostrazione teorica che spiegasse perché quei risultati fossero corretti. È stato proprio Claude a suggerire l’intuizione matematica decisiva, poi verificata e validata dai ricercatori attraverso un accurato controllo dei calcoli.
Parisi racconta di aver inizialmente accolto con scetticismo la risposta del modello. Solo dopo aver coinvolto Zamponi nella verifica si è reso conto che il ragionamento era corretto. Un episodio che mostra come, almeno nello stato attuale della tecnologia, l’intelligenza artificiale possa accelerare la scoperta, ma abbia ancora bisogno della supervisione umana per validare i risultati.
La vicenda rappresenta un passaggio importante anche perché arriva da uno degli scienziati più autorevoli al mondo nello studio dei sistemi complessi. Premio Nobel per la Fisica nel 2021, Parisi ha dedicato la sua carriera alla comprensione di fenomeni caratterizzati da un elevato grado di complessità, dalla meccanica statistica ai vetri di spin, fino alle reti neurali, contribuendo indirettamente anche alle basi teoriche di molte tecniche utilizzate oggi nell’AI.
Il risultato ottenuto con Claude sembra inoltre confermare una tendenza che negli ultimi due anni sta emergendo sempre più chiaramente nella comunità scientifica. I modelli linguistici più avanzati non vengono più impiegati soltanto per scrivere codice, riassumere documenti o automatizzare attività ripetitive, ma iniziano a essere utilizzati come veri e propri strumenti di supporto alla ricerca, capaci di proporre ipotesi, individuare schemi e suggerire dimostrazioni matematiche che gli studiosi possono poi verificare.
Parisi, tuttavia, invita a non cadere nell’entusiasmo ingenuo. “Neanche Claude ci sarebbe mai arrivato, se non l’avessimo istruito e instradato per giorni e giorni“, osserva, sottolineando come sia stata la conoscenza accumulata dai ricercatori a permettere al modello di esplorare la direzione corretta. L’AI, quindi, non sostituisce l’intuizione scientifica, ma la amplifica.
Il Nobel mette anche in guardia da un altro rischio. Come ogni tecnologia, anche l’AI modifica il modo in cui pensiamo. Se il navigatore satellitare ci ha fatto perdere parte del senso dell’orientamento, strumenti sempre più sofisticati potrebbero ridurre la nostra capacità di ragionare autonomamente. La sfida sarà utilizzare questi sistemi senza rinunciare al pensiero critico, mantenendo l’essere umano al centro del processo decisionale.
La storia raccontata da Parisi sembra quindi anticipare quello che potrebbe diventare il nuovo paradigma della ricerca scientifica. Non laboratori popolati esclusivamente da algoritmi, ma team composti da ricercatori e AI che lavorano insieme, dove la creatività, l’intuizione e la capacità di formulare le domande restano qualità profondamente umane, mentre la macchina accelera l’esplorazione delle possibili risposte.
Più che l’inizio di una competizione tra uomo e AI, quello raccontato dal Nobel italiano appare dunque come l’esempio concreto di una nuova forma di collaborazione, destinata probabilmente a cambiare il modo in cui verranno affrontati alcuni dei problemi scientifici più complessi dei prossimi anni.
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