C’è una narrazione che si ripete da anni, tanto comoda quanto fissa secondo cui da una parte l’Europa regola tutto e in anticipo, dall’altra gli Stati Uniti sono terra senza legge dove le aziende AI scrivono le proprie regole. Per quanto questa semplificazione rifletta l’approccio generale dei due continenti, non basta più a descrivere la realtà: l’AI Act è un serpente che si morde la coda a causa di un coordinamento che stenta ad arrivare. E nel frattempo in USA sono nati movimenti regolatori tutt’altro che ininfluenti.
Una mappa più larga di quanto sembri
Il tema che ha fatto più rumore in USA, quest’estate, è la sicurezza dei minori: la California ha firmato ad settembre tredici leggi sui chatbot e sui social, tra cui la nota Adam’s Law (nata dopo il suicidio di un sedicenne che aveva discusso di autolesionismo con ChatGPT). Ma è solo una delle quattordici leggi statali sui chatbot-compagni approvate quest’anno, votate in modo trasversale: in sei stati a guida democratica e in otto a guida repubblicana. A riprova che non esiste uno schieramento politico avverso a un’AI più normata.
Il fronte più ampio, in termini di numero di leggi, è però quello infrastrutturale. Ventotto provvedimenti in un semestre segnano un’inversione netta rispetto agli incentivi fiscali che gli stati offrivano fino a due anni fa per attirare l’industria dei data center. New York ha bloccato con ordine esecutivo i permessi per impianti oltre i 50 megawatt; il Texas, dove la coda di richieste di allacciamento alla rete elettrica è passata da 233 a 474 gigawatt in sei mesi, ha sospeso le nuove approvazioni in attesa di un audit sulla tenuta della rete; Georgia, Virginia, Maryland, Oklahoma e Vermont hanno introdotto moratorie di durata variabile, da uno a quattro anni. Le motivazioni sono sempre legate alla vivibilità delle comunità limitrofe: bollette elettriche cresciute fino al 260% in cinque anni, consumo d’acqua in competizione con quello domestico, reti al limite della capacità energetiche.
Almeno sei stati inoltre hanno introdotto restrizioni sull’uso dell’AI per decisioni algoritmiche che riguardano le persone nella vita quotidiana (assunzioni, mutui, affitti, polizze assicurative, trasparenza sul pricing dinamico). Ce n’è anche per regolare l’uso dei modelli stessi, in particolare i più potenti in assoluto: New York ha varato il RAISE Act, la prima legge americana a imporre requisiti di sicurezza e trasparenza ai modelli frontier, in vigore dal 2027; l’Illinois si appresta a fare lo stesso; il Connecticut, per ora, si è limitato a proteggere chi denuncia irregolarità dall’interno delle aziende.
Minori, infrastrutture fisiche, modelli di frontiera: nel giro di un semestre gli stati americani hanno toccato quasi ogni ordine di problema, ciascuno con la propria legge e la propria soglia.
Un campo di battaglia legale
Certo, non tutte queste leggi sopravvivono al primo test giudiziario vero e proprio e incappano in ostacoli spesso messi dalle aziende tech. Il modello americano è in questo senso un campo di battaglia legale dove le leggi più incisive rischiano di essere riscritte al ribasso prima ancora di entrare in vigore.
Il Colorado ad esempio aveva approvato nel 2024 la legge più organica del paese sulle decisioni algoritmiche “ad alto rischio”, con tanto di valutazioni d’impatto obbligatorie e obbligo attivo di prevenire la discriminazione. Ad aprile 2026 un giudice federale ne ha bloccato l’applicazione, accogliendo il ricorso di xAI e del Dipartimento di Giustizia, secondo cui gli obblighi di trasparenza equivalevano a una forma di “compelled speech” incostituzionale (è il diritto secondo cui un soggetto non è costretto a esprimere un messaggio che non condivide, un precetto molto importante nel diritto americano). Il governatore Jared Polis ha dunque dovuto firmare a maggio un testo sostitutivo molto più vago, basato su un semplice obbligo di notifica al consumatore, in vigore da gennaio 2027.
Tre livelli in conflitto
L’impianto federale (la Casa Bianca e il Congresso), Donald Trump in testa, non vede di buon occhio le iniziative dei singoli stati. Ma due tentativi di inserire una moratoria che impedisse agli stati di applicare le proprie leggi sull’AI sono falliti in Congresso, l’ultimo lo scorso dicembre. Di fronte a questo stallo, la Casa Bianca ha preparato un ordine esecutivo, ribattezzato “One Rule”, che punta a istituire un’unica cornice federale e a colpire gli stati che continuano ad applicare le proprie norme, con una task force legale dedicata e la minaccia di tagliare fondi federali. La misura è contestata anche a destra: il governatore della Florida Ron DeSantis l’ha definita “un sussidio alle Big Tech”.
Il quadro americano, quindi, è un sistema a tre livelli in conflitto aperto: stati che legiferano su tutto, dai chatbot ai megawatt, tribunali che intervengono su richiesta delle aziende, ed esecutivo federale che prova a scavalcare entrambi.
Bruxelles insegue il calendario
Dall’altra parte dell’oceano, l’AI Act europeo vive il problema opposto; più che un problema di contestazione (che pur non manca), ha un problema di inadempienza. Se parte dell’AI Act è già in vigore per quanto riguarda i modelli general purpose, è ancora in alto mare sui sistemi ad alto rischio. Tre ingranaggi non si sono messi in moto in tempo. Le autorità nazionali di vigilanza dovevano essere designate entro agosto 2025: a marzo 2026 lo avevano fatto solo 8 stati membri su 27. Gli standard tecnici armonizzati, senza i quali le aziende non sanno come conformarsi agli obblighi sui sistemi ad alto rischio, accumulano “ritardi significativi” certificati dalla Commissione già da giugno 2025. E la Commissione stessa ha saltato la propria scadenza di febbraio 2026 per pubblicare le linee guida sull’articolo 6, quello che definisce cosa sia un sistema “ad alto rischio” (la classificazione da cui discende tutto il resto). Il risultato è l’accordo omnibus che ha spostato gli obblighi principali da agosto 2026 a dicembre 2027, e in alcuni casi ad agosto 2028.
Testa a testa
Se da anni ripetiamo che gli USA non regolano, forse è il momento di articolare un nuovo punto di vista. Per quanto siano costantemente contestate, indebolite o riscritte da corti e amministrazione federale prima che producano effetti pieni, gli Stati Uniti producono un numero impressionante di norme mirate, su ogni fronte del problema. L’Europa scrive una cornice unica e coerente, ma fatica a costruire in tempo la macchina che dovrebbe farla rispettare, e ogni scadenza mancata è almeno un anno di applicazione perso.
Se pensavamo che la regolamentazione (con i suoi pro e i suoi contro) fosse per l’Europa una garanzia già acquisita, oggi non è più così. Il Vecchio Continente aveva vinto, sulla carta, la partita delle intenzioni, ma l’America dimostra di vincere la partita della velocità e della varietà. Nessuna delle due è ancora così forte nella regolamentazione e la domanda da farsi è: quale livello di governance riuscirà davvero a tradursi in norme applicate? Su questo, per ora, a ben vedere il punteggio non è a favore di Bruxelles.
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