Databricks ha chiuso un round da 5 miliardi di dollari che porta la valutazione a 190 miliardi. Il 13 agosto la società di San Francisco ha annunciato l’operazione, guidata da Coatue insieme a Blackstone, MGX, T. Rowe Price e Sixth Street Growth. Sei mesi fa valeva 134 miliardi: l’aumento è del 42%.
Il numero finale supera quello circolato a luglio. Il 16 luglio l’azienda aveva parlato di 188 miliardi, dopo la firma di un term sheet con Coatue. Il CEO Ali Ghodsi spiega la differenza con la cifra raccolta, più alta, e con le azioni aggiuntive emesse. Il fatturato annualizzato ha superato i 7 miliardi di dollari, con una crescita oltre l’80% anno su anno nel secondo trimestre.
I fondi vanno a tre prodotti. Lakebase è un database Postgres serverless pensato per il software scritto dagli agenti e ha già superato i 100 milioni di dollari di ricavi annualizzati. Genie è l’agente che lavora come collega: legge email, registrazioni di riunioni e dati interni, mantenendo sicurezza e privacy. Unity AI Gateway instrada i carichi di lavoro tra i modelli e tiene sotto controllo la spesa.
Il terzo prodotto risponde a un problema concreto. Molte aziende installano agenti per scrivere codice e li fanno girare sempre sui modelli più potenti, anche per compiti banali. Il costo dell’inferenza finisce per superare il valore del lavoro svolto. Un gateway che sceglie il modello adatto a ogni richiesta riduce il conto. Lo stesso nodo emerge nelle analisi sui costi nascosti dell’AI aziendale, che crescono quando i progetti pilota diventano produzione.
Databricks non punta su un fornitore unico. Sulla piattaforma girano i modelli GPT di OpenAI e Codex, Claude di Anthropic, arrivato con un accordo quinquennale firmato nel 2025, e Gemini di Google. Il cliente sceglie. Chi investe scommette che lo strato che orchestra gli agenti valga quanto, o più, dei singoli produttori di modelli.
Ghodsi ha definito il mercato «folle» davanti alla CNBC: tutti usano agenti e il mondo è concentrato su di loro. Stima che nei prossimi nove-dodici mesi si possa scrivere più software che in tutta la storia umana. Ogni applicazione ha bisogno di un database, dice, e gli agenti ne vogliono uno che parta in un istante e si spenga quando è inattivo.
Quanto alla Borsa, nessuna data. Ghodsi ha ripetuto che l’azienda vuole diventare pubblica, ma che per ora ci sono troppe distrazioni. Finché i capitali privati restano abbondanti, la quotazione può aspettare.
Il prossimo test arriva dai conti. Se i costi dell’inferenza continuano a salire, il controllo della spesa può pesare quanto la qualità dei modelli, e chi governa il traffico tra i modelli diventa il fornitore da cui le aziende dipendono.
