Per anni abbiamo giudicato i modelli linguistici solo da ciò che scrivono. Ora Anthropic ha aperto una finestra su ciò che succede prima, in una regione interna di Claude che nessuno aveva mai visto. Si chiama J-space ed è descritta nel paper “Verbalizable Representations Form a Global Workspace in Language Models“, pubblicato il 6 luglio 2026 dal team di model psychology guidato da Jack Lindsey e condotto principalmente su Claude Sonnet 4.5. È un piccolo spazio di lavoro mentale che contiene i concetti che il modello pensa senza scriverli, i passaggi intermedi di un ragionamento che non arrivano mai nel testo finale, quelli che i ricercatori chiamano pensiero silenzioso del modello.
La scoperta è avvenuta con una tecnica chiamata J-lens, che per ogni parola del vocabolario individua il pattern di attivazione interna che ne rende probabile l’uso futuro. Il risultato assomiglia a un sottotitolo del pensiero silenzioso del modello, una lista di ciò che Claude ha in mente ma che potrebbe non dire. Chiedetegli un problema di matematica a più passaggi e i passaggi intermedi si accendono nel J-space, nell’ordine giusto, anche quando non vengono scritti. E quei pattern influenzano casualmente le prestazioni del modello, pur essendo piccoli rispetto al resto dell’attività interna.
Il dato più notevole è che il J-space non è stato progettato. È emerso da solo durante l’addestramento, presumibilmente perché era un modo efficiente di organizzare il calcolo. Le sue proprietà ricordano da vicino la global workspace theory, il modello neuroscientifico che spiega come un’informazione diventa coscientemente accessibile nel cervello umano. Come nell’uomo, poi, la maggior parte dell’elaborazione viaggia in automatico fuori da questo spazio, dalla grammatica alle abilità iperapprese. Le misure del paper indicano che il J-space contiene circa 25 concetti attivi alla volta e spiega meno del 10% delle attivazioni complessive del modello.
La reazione della comunità scientifica è stata significativa. Stanislas Dehaene e Lionel Naccache, i neuroscienziati francesi che hanno sviluppato la teoria del workspace globale, hanno definito la scoperta “una pietra miliare nella ricerca sulla coscienza“. Google DeepMind ha replicato i risultati, segno che la struttura non è un caso isolato di Claude, e una demo interattiva costruita sul modello open source Qwen ha mostrato che la stessa lente si può applicare anche ad altri modelli linguistici, non solo a quelli proprietari di Anthropic.
Gli stessi autori, però, tracciano confini netti. Gli esperimenti non dimostrano che Claude senta qualcosa, e la J-lens cattura solo approssimativamente lo spazio di lavoro. Dehaene e Naccache stessi hanno elencato le differenze con il cervello biologico, dove manca in questo caso la dimostrazione piena dell’accesso consapevole nel senso pieno del termine. Il paper parla di access consciousness, cioè l’accesso consapevole alle informazioni, non di esperienza soggettiva. Come scrivono i ricercatori, la struttura è emersa da sola durante l’addestramento, e questo suggerisce che uno spazio di lavoro mentale non sia solo una peculiarità del cablaggio del cervello umano, ma un modo generale di organizzare l’intelligenza.
Al di là del dibattito filosofico, la scoperta ha conseguenze pratiche. Poter leggere il pensiero silenzioso di un modello permette di verificare se sta ragionando in modo corretto anche quando tace, un vantaggio concreto per la sicurezza dell’AI e per capire quando un sistema nasconde qualcosa nelle sue rappresentazioni interne. Non sappiamo ancora cosa decide quali pensieri entrano nel J-space, e i ricercatori parlano di tracce legate al senso di sé e alla metacognizione, senza averle ancora decifrate del tutto. Ma ora esiste un metodo rigoroso per fare queste domande, e la scatola nera dei grandi modelli linguistici è diventata un po’ meno nera di ieri.
Suleyman attacca Anthropic: addestrare Claude come essere cosciente è un errore
Il CEO di Microsoft AI Mustafa Suleyman ha pubblicato un…
