Il 31 marzo 2026, Anthropic ha divulgato per errore l’intera base di codice del suo strumento di programmazione Claude Code insieme a un aggiornamento di routine. Il pacchetto npm includeva un file da quasi 60 megabyte con oltre 512.000 righe di codice sorgente proprietario. L’errore era umano, ma le conseguenze si sono rivelate molto più difficili da contenere.
Clonare Claude con Claude
Sigrid Jin, uno studente universitario di 25 anni, ha visto la notizia mentre aspettava un volo. Ha caricato subito una copia del codice online. Poi, per evitare problemi legali, ha usato OpenAI Codex per riscrivere l’intera architettura di Claude Code in Python, partendo dal codice TypeScript originale. Il repository risultante, chiamato “claw-code”, ha raggiunto oltre 100.000 stelle su GitHub in un solo giorno, diventando il progetto a crescita più rapida nella storia della piattaforma. Anthropic ha emesso oltre 8.000 richieste di takedown DMCA contro le copie dirette del codice. Il clone riscritto dall’AI è rimasto intoccato.
Quarant’anni di precedenti
Il meccanismo che Jin ha applicato si chiama clean-room reverse engineering: una tecnica con quarant’anni di precedenti legali. Negli anni Ottanta, Phoenix Technologies la usò per clonare il BIOS di IBM senza copiarne il codice. Il caso Computer Associates v. Altai del 1992 stabilì che una riscrittura che esclude completamente chi ha visto il codice originale non costituisce violazione del copyright. La logica è semplice: il copyright protegge l’espressione, non l’idea. Se un secondo team costruisce qualcosa di funzionalmente equivalente senza vedere l’originale, il diritto d’autore del primo non si applica. Quello che è cambiato oggi è il costo di questa operazione. Tradizionalmente richiedeva team separati, supervisione legale, mesi di lavoro. Con un’AI, bastano poche ore.
La pretesa di copyright… errata
Il caso solleva però una contraddizione interna che riguarda Anthropic direttamente. L’azienda ha dichiarato apertamente che Claude Code è stato in parte scritto da Claude stesso. Uno degli ingegneri del progetto ha confermato pubblicamente che il 100% dei suoi contributi recenti è stato generato dall’AI. Il Copyright Office americano ha stabilito nel gennaio 2025 che le opere generate prevalentemente dall’AI, senza un contributo umano significativo, non sono eleggibili per la protezione del copyright. La Corte Suprema ha rifiutato di rivedere questa posizione nel marzo 2026. Se parti sostanziali del codice di Anthropic sono state scritte da Claude, l’azienda potrebbe avere difficoltà a dimostrare l’autorialità umana necessaria per far valere i propri diritti. La stessa risorsa legale che Anthropic usa per difendersi potrebbe non applicarsi al codice che cerca di proteggere.
Il vuoto legislativo
Tutto il dibattito si svolge in un vuoto giuridico. Alcuni critici parlano apertamente di “license laundering”: prendere codice copyleft, passarlo a un modello addestrato su quel codice, ottenere qualcosa di funzionalmente identico, e dichiarare l’assenza di continuità legale. Il problema è che nessun tribunale ha ancora deciso se questo ragionamento regge. Se la tecnica venisse confermata come legale, ogni progetto copyleft esistente diventerebbe vulnerabile a una singola sessione con un agente AI. Il framework legale del copyright americano risale al 1976 e non è stato aggiornato per rispondere a questo scenario. Chi chiede una revisione legislativa è destinato ad aspettare ancora, mentre i casi reali si moltiplicano più in fretta delle aule di tribunale.
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