Project Braid, la joint venture da 5 miliardi di dollari tra Alphabet e Blackstone, ha accumulato ritardi su più cantieri destinati a ospitare i chip AI di Google. Annunciata a maggio 2026, la società punta a noleggiare TPU — le unità di elaborazione tensoriale di Google — a clienti enterprise entro il 2027, con un target iniziale di 500 megawatt di capacità. La tabella di marcia già scricchiola.
Il primo intoppo concreto è arrivato a Cheyenne, in Wyoming. Google aveva affidato la costruzione di un campus da 1,8 gigawatt alla startup Crusoe, con prospettive di espansione fino a 10 gigawatt. A giugno, Crusoe ha comunicato di aver sospeso i lavori su richiesta del cliente. Google ha rilevato il progetto in prima persona, ricominciando dall’iter dei permessi. Non è l’unico fronte critico: un secondo sito non disponeva dei trasformatori elettrici necessari, componenti il cui tempo di consegna ha raggiunto quasi un anno. In Texas, il governatore Greg Abbott ha ordinato una revisione di tutti i nuovi progetti di data center, bloccando l’avanzamento delle pratiche di interconnessione mentre le autorità analizzano domanda energetica, consumo idrico e impatto sulle comunità locali.
Il quadro che emerge dai dati interni è significativo. Chi lavora al progetto stima oggi che i cantieri abbiano il 50% di probabilità di rispettare le scadenze, contro il 90% di tre anni fa. Non è un problema specifico di Project Braid: è la fotografia di un settore alle prese con colli di bottiglia strutturali, dalla catena di fornitura alle infrastrutture elettriche, fino alla crescente opposizione politica e locale ai nuovi insediamenti.
La logica industriale dietro la joint venture resta solida. Google punta a portare i chip Gemini — e i propri TPU — a una platea più ampia di clienti enterprise, costruendo un ecosistema hardware alternativo a quello di Nvidia. I principali neocloud concorrenti, come CoreWeave, operano quasi esclusivamente su GPU Nvidia: Project Braid nasce proprio per offrire un’alternativa. Alphabet, che prevede fino a 205 miliardi di dollari di spese in conto capitale nel 2026, ha strutturato la joint venture anche per tenere parte di quegli investimenti fuori dal proprio bilancio, trasferendo una quota di rischio a Blackstone, che ha l’obiettivo dichiarato di diventare il principale finanziatore mondiale di infrastrutture digitali.
Il CEO della venture, Benjamin Treynor Sloss, ha dichiarato che la domanda di capacità di calcolo supera le aspettative. Il team ha già identificato 29 siti candidati, mobilitando consulenti e partner di entrambe le aziende per accelerare la selezione. L’obiettivo dei 500 megawatt entro il 2027 resta confermato ufficialmente. Se i ritardi attuali siano recuperabili in tempi così stretti dipende dalla capacità di sbloccare permessi e forniture in un contesto dove nessuno, dalle grandi tech alle istituzioni, sembra avere margini abbondanti. Il test reale arriverà nei prossimi sei mesi.
