Tre nuove piattaforme B2B sono entrate nel mercato della visibilità AI quasi contemporaneamente: ShouldEye, Pyra AI e Visibility 360. L’obiettivo comune è uno solo — consentire alle aziende di sapere cosa dicono di loro i grandi modelli di linguaggio e, dove possibile, intervenire su quella narrativa.
ShouldEye si concentra sul segmento B2B e monitora come i principali assistenti AI — ChatGPT, Claude, Gemini, Copilot, Llama, Mistral e Grok — descrivono un’azienda quando un potenziale cliente li interroga su prodotti o fornitori. Il problema che il servizio vuole risolvere è concreto: un buyer che chiede a un chatbot “quale software di contabilità scelgo?” riceve una risposta che il venditore non ha scritto, non controlla e spesso nemmeno conosce. Pyra AI affronta lo stesso tema con un approccio diverso, basato su ricerche per persona — cioè simulando profili utente specifici — e misurando la quota di visibilità del brand attraverso ChatGPT, Perplexity, Claude, Gemini e un controllo in stile Google AI Overviews. Offre anche un piano gratuito con cinque domande mensili su ChatGPT, senza carta di credito. Visibility 360, invece, ha lanciato una suite di sette audit distinti pensati per mappare la presenza di un’azienda negli ambienti di ricerca e raccomandazione basati sull’AI.
Il contesto in cui questi prodotti nascono non è casuale. La Generative Engine Optimization — comunemente abbreviata in GEO — si è affermata come disciplina autonoma distinta dalla SEO tradizionale. Mentre la SEO lavora su parole chiave e posizionamento nelle pagine di risultati, la GEO punta a fare in modo che i modelli linguistici citino un brand come fonte autorevole nelle loro risposte. La differenza è sostanziale: nella SEO il brand appare tra una lista di link, nella GEO viene menzionato — o ignorato — direttamente nella risposta testuale del modello. Secondo dati Gartner, le ricerche gestite da motori AI potrebbero raggiungere il 25% di tutte le query entro il 2026. Già oggi, a marzo 2025, solo il 40,3% degli utenti Google negli Stati Uniti ha cliccato su un risultato organico — era il 44,2% l’anno prima.
Il mercato dei tool GEO si è affollato rapidamente. Piattaforme come Evertune, Profound e Semrush — che offre un AI Visibility Toolkit a 99 dollari al mese per dominio — sono già operative. Il punto critico del settore è che i modelli linguistici tendono a fidarsi di ciò che fonti terze dicono di un brand più di quanto si fidino dei contenuti prodotti dall’azienda stessa. Questo inverte la logica del marketing digitale tradizionale, dove il controllo del messaggio partiva sempre dall’interno.
Le aziende che ignorano questo fenomeno rischiano di essere descritte in modo impreciso, parziale o semplicemente assenti dalle risposte dei chatbot nel momento in cui un cliente potenziale sta decidendo. Non è un problema di reputazione online nel senso classico — è una questione di distribuzione dell’informazione in un canale che non prevede click, annunci o metadati ottimizzati. I nuovi player come ShouldEye, Pyra AI e Visibility 360 intercettano esattamente questa lacuna, con prodotti ancora giovani ma che rispondono a una domanda reale del mercato.
Il prossimo passaggio per il settore sarà capire se la GEO può effettivamente influenzare in modo affidabile le risposte dei modelli oppure si limita a misurarle. Monitorare è necessario, ma le aziende vorranno strumenti che permettano di agire — e su questo punto la concorrenza tra piattaforme si farà più serrata nei prossimi mesi.
