L’intelligenza artificiale porta con sé la promessa di liberare il lavoro dai compiti ripetitivi, ma per molti sviluppatori si sta già trasformando in una nuova fonte di stress e stanchezza. Simon Willison, co-creatore di Django, un framework per costruire applicazioni web, ha recentemente confessato che gestire più agenti AI contemporaneamente lo lascia “mentalmente esausto” già dalle prime ore della giornata di lavoro.
Il suo non sembra essere un caso isolato. Secondo uno studio di Factorial, un software gestionale specializzato nella digitalizzazione e automazione dei processi di gestione delle risorse umane, il 63,6% dei lavoratori vede l’AI come un supporto utile, ma il burnout colpisce soprattutto chi, come gli ingegneri, si trova a dover supervisionare costantemente sistemi autonomi che, invece di alleggerire il carico, ne aumentano la complessità. “È un nuovo tipo di sovraccarico cognitivo”, spiega Ben Wigler, co-fondatore della startup LoveMind AI: “Dobbiamo fare da baby-sitter a questi modelli”.
Il problema? Il codice generato dall’AI richiede una revisione ancora più attenta di quello scritto da umani, per evitare errori di sicurezza o incomprensioni nel codice. “È spaventoso impegnarsi su centinaia di righe scritte dall’AI senza capirle fino in fondo”, ammette Adam Mackintosh, programmatore canadese. La soluzione, secondo gli esperti, non è rinunciare all’AI, ma imparare a gestirne i limiti. “Dobbiamo riscrivere il patto sociale con i dipendenti”, afferma Factorial, mentre Gartner e McKinsey sottolineano che il futuro appartiene a chi saprà “orchestrare” l’AI, non combatterla.
