Meta porta l’AI fuori dalla chat e la mette al lavoro. Il nuovo assistente personale Muse, lanciato negli Stati Uniti a inizio settembre, non si limita a rispondere. Può ricevere un obiettivo e svolgere operazioni come inviare email, compilare moduli, cercare informazioni, prenotare viaggi e, in determinate situazioni, effettuare acquisti. Meta sostiene che possa continuare a lavorare in background e chiedere l’approvazione dell’utente per le azioni più sensibili. Reuters riferisce che la risposta iniziale negli Stati Uniti è stata forte, contribuendo all’interesse degli investitori verso i titoli legati all’AI. È un segnale della crescente attenzione per gli agenti, sistemi che non vogliono soltanto conversare con le persone, ma agire al loro posto.
La differenza rispetto a un chatbot è nel rapporto con il web. Un modello conversazionale può suggerire un viaggio e costruire un itinerario. Muse punta invece a compiere una parte del lavoro, aprendo un browser e compilando moduli. Meta ha costruito l’agente attorno a una macchina virtuale dedicata, Muse Secure VM, che ospita sistema e dati dell’utente. Un secondo componente, Sentinel, dovrebbe controllare ciò che Muse può fare online. Secondo Meta, l’utente decide quali applicazioni collegare e quali permessi concedere, mentre le credenziali vengono conservate in modo protetto. Per gli acquisti è stata integrata Link di Stripe, che genera una carta monouso. La sicurezza diventa quindi centrale quando un software può compiere azioni concrete per nostro conto.
Il primo confronto con le piattaforme esterne è già arrivato. Amazon ha bloccato Muse dal proprio sito dopo aver stabilito che l’agente non era autorizzato a effettuare acquisti. Alcuni utenti hanno ricevuto un messaggio secondo cui l’accesso di un agente AI non autorizzato violava le condizioni d’uso. Amazon ha spiegato a GeekWire che le applicazioni di terze parti che effettuano acquisti per conto dei clienti dovrebbero operare in modo trasparente e rispettare la decisione dei servizi sul fatto di partecipare o meno. La società ha inoltre sollevato questioni di sicurezza e privacy legate alla navigazione di Muse. Meta sostiene invece che l’agente non può vedere direttamente password e dati di pagamento protetti. Il confronto pone una domanda destinata a diventare centrale. Chi decide se un agente AI può entrare in un sito e agire per conto di una persona?
La vicenda Amazon arriva mentre l’interesse per Muse cresce. Reuters ha riferito il 22 settembre che l’assistente ha registrato una forte domanda negli Stati Uniti, contribuendo al rialzo dei titoli tecnologici e a un nuovo record del Nasdaq. Una stima di Apptopia indica circa 1,8 milioni di download di Muse su iOS negli Stati Uniti e in Canada nei primi dodici giorni, contro 1,3 milioni attribuiti a ChatGPT nello stesso intervallo. Il confronto va letto con cautela, perché riguarda due Paesi e un periodo iniziale. Meta vuole portare Muse nel proprio ecosistema, compreso WhatsApp, e prevede di estenderlo agli occhiali AI. Ma l’ambizione porta anche rischi. Il 21 settembre il ricercatore di sicurezza Patrick Wardle ha segnalato una vulnerabilità nella versione macOS che, secondo le sue analisi, può consentire a un processo locale non privilegiato di modificare un’impostazione legata alla trascrizione vocale e potenzialmente intercettare dati inviati al sistema. La vulnerabilità richiede già la possibilità di eseguire codice sul computer, ma mostra la delicatezza di un agente con ampi privilegi.
Il caso Muse mostra il cambiamento introdotto dall’AI agentica. La competizione non riguarda più soltanto la capacità di comprendere una richiesta o generare una risposta, ma la possibilità di delegare azioni reali mantenendo un controllo sufficiente sulle conseguenze. Meta presenta Muse come un primo passo verso quella che Mark Zuckerberg definisce personal superintelligence, mentre il prodotto attuale resta circoscritto da autorizzazioni e controlli. La disputa con Amazon indica inoltre che il problema non può essere risolto soltanto dal laboratorio che sviluppa l’agente. Servono regole condivise tra agenti, siti, sistemi di pagamento e servizi digitali. Nei prossimi mesi sarà importante osservare quali attività gli utenti saranno davvero disposti a delegare a un software. Il passaggio dai chatbot agli agenti potrebbe cambiare il modo in cui usiamo internet, ma la sua diffusione dipenderà dalla capacità di conciliare autonomia, sicurezza, privacy e controllo umano.
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