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La fine dello sciopero è il vero inizio dell’AI a Hollywood?

Cultura - Lavoro Edoardo Frasso 25 Settembre 2023

6 minuti

Edoardo Frasso 25 Settembre 2023
6 minuti

hollywood al contrario

Dopo quasi cinque mesi, produttori e sceneggiatori di Hollywood hanno trovato un accordo che mette fine allo sciopero che ha paralizzato l’industria cinematografica; insieme ai diritti residuali di serie e film nello streaming (considerati iniqui se non inesistenti), l’AI era uno dei principali temi di discussione.

La soddisfazione della WGA

L’accordo è ancora provvisorio (manca la stesura finale e l’approvazione ufficiale dei sindacati degli sceneggiatori, il gruppo Writers Guild of America), ma lascia ben sperare sugli sviluppi. 

“Abbiamo raggiunto un accordo provvisorio con l’Alleanza che riunisce gli Studios tradizionali e piattaforme di streaming – ha scritto in una nota la WGA sottolineando la soddisfazione -. È stato possibile grazie alla tenace solidarietà degli iscritti e allo straordinario supporto degli altri sindacati dello spettacolo. Possiamo dire con grande orgoglio che questo accordo è eccezionale e prevede passi avanti significativi per autori e sceneggiatori di tutti i settori. Quello che ci resta da fare è assicurarci che tutto venga messo nero su bianco in modo appropriato”.

La maggior parte dei dettagli dell’accordo non sono ancora stati resi noti.

Non vediamo l’ora di condividere con voi i dettagli di ciò che abbiamo ottenuto, non possiamo farlo finché non avremo messo l’ultimo puntino sulla i“.

Rimane per ora in sciopero, invece, la categoria degli attori, quest’ultima spaventata dalla prospettiva ancora più allarmante di perdere il controllo legale dei propri dati biometrici.

Un business ancora troppo umano per il digitale?

All’inizio dello sciopero, intorno al mese di maggio, la WGA aveva richiesto una clausola fissa nei contratti che stabilisse l’obbligo di mantenere sceneggiatori umani nei film e nelle serie, proibendo che ogni forma di materiale narrativo e letterario creato da AI come ChatGPT o Bard potesse rubare riconoscimenti economici spettanti per le fasi del lavoro umano, diluendo così i proventi agli sceneggiatori (generalmente pagati per ogni nuova stesura dei copioni). Non solo, l’ente chiedeva anche di non utilizzare mai l’AI per creare materiale di partenza. La proposta era sembrata a tratti quasi una forma di neo-luddismo, ma sollevava importanti interrogativi sulla differenza tra uso e abuso della tecnologia, 

Al tavolo della trattativa hanno preso posto anche Ted Sarandos di Netflix, Bob Iger della Disney, Donna Langley di Universal e David Zaslav della Warner Bros. Tutte e quattro le compagnie sono orientate verso un riassetto incentrato su una enorme integrazione delle intelligenze artificiali nelle loro proposte creative e di entertainment. I marchi vivono però anche di lavoro intellettuale ed è effettivamente loro interesse fare da garanti per l’incontro dei due modelli. 

Se improvvisamente dopo mesi di stallo le grosse company hanno aperto a una contrattazione, probabilmente è perché devono avere convenuto che allo stato attuale l’AI non può andare a sostituire il pensiero umano nell’arte della narrazione e la scrittura creativa.

Forse, dopo mesi di esperimenti di cui siamo a conoscenza, le prime bozze di sceneggiature originali scritte dall’AI non sono così brillanti, profonde e significative quanto qualcuno vorrebbe che fossero, quindi non sono considerate un modello di business particolarmente sfruttabile senza supporto umano, per limiti della tecnologia. Perlomeno allo stato attuale.

La causa della Authors Guild

Altra tematica divenuta parte dello sciopero era l’utilizzo di materiale creativo umano per addestrare le AI senza conseguente ripartizione dei diritti di copyright. Non sappiamo ancora se e come il punto sia stato affrontato, ma di certo possiamo dire che il dibattito è più vivo che mai. 

È notizia di pochi giorni fa che la Authors Guild, l’organizzazione professionale per scrittori più grande degli USA, ha presentato una causa contro OpenAI per utilizzo non autorizzato di libri di autori noti nell’addestramento degli algoritmi. L’ente rappresenta vari autori tra cui John Grisham, George R.R. Martin e Jonathan Franzen.

Il prezzo del progresso

Ciò che sta succedendo al settore della scrittura creativa ricorda per certi versi quanto già visto nell’industria della musica negli anni di diffusione della pirateria musicale. Nonostante cause e prese di posizione contro la pirateria, quell’industria ha successivamente accettato di regolamentarla creando i servizi streaming. 

L’intuizione ha fatto presa sui consumatori cambiando il loro approccio al prodotto. Ma è stato possibile solo al prezzo di azzerare o quasi il potere d’acquisto della musica stessa, cancellando di fatto l’industria musicale per quello che era.

Viste le questioni ancora aperte è probabile che gli accordi presi per fermare questo sciopero siano più una ‘tregua‘ che una risoluzione. La questione proseguirà di pari passo con l’evoluzione dell’intelligenza artificiale generativa.

Con la nuova tecnologia a cambiare le carte in tavola, tutte le industrie creative dovranno probabilmente accettare la perdita di buona parte del proprio potere d’acquisto, cercando di rispondere inventando industrie nuove strutturate attorno a flussi economici diversi rispetto a quelli a cui siamo abituati.

Se il vaso di Pandora è aperto, si può solo provare a mettere ordine a quello che ne è uscito.


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