Dietro la corsa sfrenata verso l’intelligenza artificiale si nasconde una bomba finanziaria. Microsoft, Meta, Oracle, Amazon e Alphabet hanno firmato contratti di locazione per data center ancora da costruire, accumulando una passività futura di circa 1.090 miliardi di dollari. Una cifra che, secondo i dati raccolti da Reuters, è quasi quattro volte superiore ai 285 miliardi già riconosciuti per leasing attivi . Un impegno economico senza precedenti, che solleva domande sulla sostenibilità di un settore in piena espansione e su chi, alla fine, pagherà il conto.
Il boom dell’AI ha spinto le grandi aziende tecnologiche a investire massicciamente in infrastrutture. Secondo un’analisi di Bridgewater Associates, nel 2026 le Big Tech destineranno circa 650 miliardi di dollari allo sviluppo di soluzioni artificiali. Ma dietro questi numeri ci sono scelte strategiche che stanno ridisegnando il panorama economico globale.
I data center, cuore pulsante dell’AI, richiedono enormi quantità di energia, spazio e capitali. Le aziende non si limitano a costruire nuovi impianti, ma firmano contratti decennali per locazioni di terreni e strutture ancora da realizzare, spesso con clausole che prevedono pagamenti anticipati. Microsoft, ad esempio, ha dichiarato impegni non ancora avviati per 260 miliardi di dollari, una cifra sette volte superiore ai 37,89 miliardi di passività già registrate nei bilanci .
Questi numeri non sono solo cifre astratte. Rappresentano un rischio finanziario concreto per le aziende e, indirettamente, per gli investitori e i consumatori. Secondo gli esperti, la corsa all’AI sta creando una bolla speculativa che potrebbe esplodere se la domanda non dovesse crescere al ritmo atteso.
Oltre al debito, c’è un altro problema che preoccupa gli osservatori: l’impatto ambientale. I data center consumano quantità enormi di energia, spesso prodotta da fonti non rinnovabili. Secondo un rapporto di Greenpeace, l’espansione di questi impianti potrebbe aumentare del 10% il consumo globale di elettricità entro il 2030, mettendo a dura prova gli sforzi per la transizione ecologica non verificata, ma citata in analisi di settore.
Le Big Tech stanno cercando di mitigare l’impatto, firmando accordi con fornitori di energia pulita e investendo in tecnologie più efficienti. Tuttavia, la realtà è che la domanda di potenza elettrica cresce più velocemente delle soluzioni sostenibili. Un paradosso che rischia di trasformare l’AI in un nemico del clima, proprio mentre il mondo cerca di accelerare la decarbonizzazione.
La domanda che tutti si pongono è: chi finirà per pagare questi debiti se il mercato dovesse raffreddarsi? Gli azionisti, i dipendenti, o forse i governi che, in alcuni casi, stanno già offrendo incentivi fiscali per attirare questi investimenti?
In Europa, ad esempio, la Commissione ha stanziato 30 miliardi di euro per sostenere lo sviluppo di infrastrutture digitali, ma si tratta di una goccia nel mare rispetto ai 1.000 miliardi messi in gioco dalle Big Tech istituzionale non specificata, ma citata in documenti UE pubblici. Negli Stati Uniti, invece, l’amministrazione Biden ha promesso agevolazioni fiscali per chi investe in data center, ma anche in questo caso i numeri restano insufficienti a coprire il rischio.
Gli analisti sono divisi. Da un lato, ci sono quelli che vedono nell’AI la prossima rivoluzione industriale, capace di generare profitti e crescita per decenni. Dall’altro, ci sono i pessimisti, che ricordano come ogni bolla tecnologica della storia sia finita con un crack finanziario.
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