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La CIA al lavoro sulla sua AI in stile ChatGPT

6 minuti

Edoardo Frasso 28 Settembre 2023
6 minuti

CIA USA

Dopo alcune indiscrezioni, Bloomberg riporta che la CIA sarebbe al lavoro su un’intelligenza artificiale generativa sulla falsariga di ChatGPT, Claude e Bard, a uso esclusivo degli operatori dell’ente di intelligence statunitense. 

Non posso né confermare né smentire che la Cia stia facendo un lavoro straordinario con l’intelligenza artificiale e il machine learning”, ha scritto su Linkedin la vicedirettrice a capo dell’innovazione Jennifer Ewbank chiudendo con una emoji sorridente che lascia poco spazio a interpretazioni.

L’AI avrà gli obiettivi di raccogliere informazioni e migliorare sensibilmente le attività di gestione dati.

Ancora non si sa quale sarà lo specifico modello AI utilizzato dalla CIA come base del progetto e molti dettagli sulla portata e sulle capacità complete devono ancora essere divulgati. Di certo c’è che parte dell’orientamento che prenderà l’AI dipenderà dallo sviluppo delle leggi sulla privacy americane nell’utilizzo della nuova tecnologia.

Un ‘collega artificiale’ per ogni indagine

Si sa però che il chatbot LLM funzionerà un po’ come informatore prediletto per ogni indagine che comprenda la necessità di accedere a dati interni o pubblici, talvolta di difficile individuazione.

Permetterà la consultazione pratica e veloce di qualunque tipologia di informazione utile, fornendo riassunti di materiali open-source e citazioni. Come ogni altro chatbot generativo potrà impegnarsi in conversazioni con gli utenti, rispondendo a domande e fornendo supporto nel creare collegamenti logici.

Il tutto consentirà agli analisti della CIA di analizzare enormi quantità di dati come mai prima, per raggiungere un’efficienza che potrebbe davvero fare la differenza in un gran numero di indagini. In tempi recenti, la CIA ha ricevuto critiche per gli attuali metodi di elaborazione e consultazione dei dati, definiti spesso lenti.

Una nuova era per l’intelligence

Il nuovo approccio basato è stato descritto come “un significativo progresso tecnologico per la comunità di intelligence” dal direttore dell’Open-Source Enterprise Randy Nixon. Nixon ha evidenziato l’evoluzione della tecnologia nel campo dell’intelligence come strettamente connessa con quella dei media tradizionali come giornali e radio, sottolineando la necessità di adattarsi e sfruttare efficacemente le possibilità offerte dall’innovazione.

Un sistema di questo tipo con una tecnologia in crescita continua, riconosce Nixon, è potenzialmente senza limiti. Le uniche barriere ipotetiche sono di carattere economico: le grandi aziende tech hanno disponibilità economiche in ricerca e sviluppo probabilmente ben maggiori rispetto alle agenzie governative. Per tentare di assottigliare questa distanza la CIA sta pianificando dirette partnership con il settore privato per riuscire a integrare alcune delle menti brillanti che solitamente provengono dal mondo delle aziende.

L’attiva ricerca di talenti tecnologici passerà attraverso l’organizzazione di panel e eventi per reclutare esperti in vari ambiti. 

Il riassetto governativo

Anche perché le sfide da affrontare sono tante: su tutte, la gestione di quella tendenza al bug o all’invenzione (le cosiddette allucinazioni) in cui incappano occasionalmente alcune delle AI generative. In questo senso, per le operazioni di intelligence, e in generale per ogni ambito governativo, l’integrazione con l’AI rappresenta sia un’opportunità che una sfida.

A tendere, lo strumento sarà esteso a tutte le agenzie di intelligence americane. In tutto sono circa 18, comprese la CIA, l’NSA, l’FBI e diversi uffici militari.

E anche in altri enti USA l’urgenza di sfruttare l’AI per operazioni di sicurezza è più viva che mai. Gary Gensler, il presidente della Securities and Exchange Commission (l‘ente federale statunitense preposto alla vigilanza delle borse valori) ha dichiarato poche settimane fa al Senato che l’intero dipartimento sta usando strumenti AI per scovare indizi di manipolazioni o frodi in tutto il settore finanziario.

Poco più di un mese fa il direttore dell’FBI Christopher e il capo della divisione cyber Bryan Vorndran avevano parlato diffusamente dei rischi rappresentati dall’AI e di come l’intelligence manteneva alto il livello di attenzione.

In quell’occasione, Wray aveva sottolineato le preoccupazioni rappresentate dalla Cina, che starebbe rubando la tecnologia AI americana per condurre operazioni di influenza straniera.

Un segnale per Pechino

In effetti, vedendo l’annuncio di un progetto simile nell’ottica degli equilibri internazionali, sembra una risposta alle dichiarazioni roboanti provenienti dalla Cina, secondo cui il Paese vorrebbe mettersi alla guida dell’evoluzione della tecnologia AI mondiale entro la fine di questo decennio.

Le aspirazioni monopolistiche del colosso cinese si sono in verità accompagnate a normative con valutazioni di sicurezza dei servizi AI piuttosto rigide, il cui impatto sugli avanzamenti tecnologici è incerto.

La nostra Open Source Enterprise – ha proseguito Ewbank nel suo post Linkedin –  lavora sempre al massimo sull’innovazione tecnologica e lo fa nel rispetto della privacy e dell’etica”. Una stoccata nemmeno troppo velata al Pechino, a sottolineare la differenza democratica tra i due paesi.


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