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Giappone: robot a scuola contro l’assenteismo

Istruzione - Sociale Edoardo Frasso 27 Settembre 2023

6 minuti

Edoardo Frasso 27 Settembre 2023
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Il Giappone scommette sulla ‘tele-scuola‘ come strumento di evoluzione didattica: dal novembre di quest’anno nella città di Kumamoto, nell’isola di Kyūshū, a sud-ovest del Paese, le famiglie di alcuni alunni delle scuole elementari potranno mandare dei robot a scuola al posto loro. Quello che a noi può apparire come una forzatura distopica, nella società giapponese assume i contorni di una proposta assolutamente innovativa per combattere un fenomeno grave e dilagante, quello dell’assenteismo scolastico, diffuso anche in età infantile.

La competitività giapponese

Il Giappone è come noto un posto molto stressante in cui vivere. Altissimi sono i livelli di perfezionismo e competitività richiesti e il raggiungimento di performance che vanno ben oltre le capacità dei singoli viene costantemente incentivato. Questo modello culturale lo rende uno dei Paesi industrializzati con il più alto tasso di suicidi al mondo (18,7 ogni 100.000 abitanti, il quarto più elevato), sia tra gli adulti che tra giovani e giovanissimi. 

La tendenza di isolarsi per rifiutare le responsabilità è diffusa. Non a caso, il fenomeno degli hikikomori, divenuto noto anche in Occidente negli ultimi anni, ha mantenuto in maniera generalizzata il suo originale nome giapponese.

L’assenteismo scolastico

Anche tra i bambini, è in crescita la tendenza a rifiutare in maniera netta il mondo esterno, in particolare l’esperienza della scuola. Ansia, sfiducia in sé, depressione, bullismo e difficoltà di apprendimento: tutti elementi che impediscono a molti giovani alunni di trovare le forze per affrontare il mondo.

Gli anni della pandemia hanno peggiorato questo aspetto.

Oggi ci sono circa 1,5 milioni di persone in Giappone che si identificano come hikikomori e, di questi, circa il 40% sono bambini e adolescenti. Nel 2022, gli studenti delle scuole primarie e medie che non hanno frequentato le lezioni per 30 giorni o più sono stati in tutto il Paese circa 244.940.

Nella sola Kumamoto (700.000 abitanti, una città piccola rispetto alle metropoli giapponesi), 2.760 bambini di età scolare elementare e media non hanno mai frequentato le lezioni in quell’anno. È stato il quarto aumento annuale consecutivo del dato dal 2018, quando gli studenti registrati come assenti erano stati 1.283.

Robot come stratagemmi sociali

Il comune giapponese ritiene che l’introduzione dei robot possa aiutare i bambini in difficoltà psicologiche a vincere per gradi le loro paure e lavorare sulle ansie. Più che di veri e propri robot si tratterà insomma di ‘stratagemmi sociali’, canali di connessione tra i bambini chiusi nelle loro case e il mondo reale. I robot, soprannominati Classroomba e alti circa un metro, assumeranno dunque il ruolo di ‘avatar’ dei compagni assenti; resteranno in classe durante le lezioni e, muniti di laptop con schermi, microfoni e pedane rotanti, potranno permettere agli studenti a casa di interagire con compagni e professori. E non solo, avranno anche una mobilità nello spazio, manovrati a distanza in una modalità che ricorda in parte quella dei videogiochi.

Speriamo che questo possa aiutare a ridurre gli ostacoli mentali per gli studenti assenti“, ha detto un funzionario del Consiglio al quotidiano giapponese Mainichi Shimbun.

Il precedente: la didattica in streaming

In effetti, i precedenti lasciano ben sperare in tal senso. Lo scorso gennaio, la città aveva deciso già di impiegare assistenti didattici per trasmettere le lezioni in streaming consentendo così agli studenti assenti di partecipare online seppur più passivamente. La proposta era stata accolta con grande favore dai bambini in difficoltà. Nel successivo feedback, gli alunni hanno dichiarato che la presenza di aule virtuali ha rappresentato un valido supporto per l’autostima e l’ansia sociale; in alcuni casi ha favorito il loro reinserimento nella vita sociale. Le aspettative per la buona riuscita del progetto dei facilitatori sociali robot partono insomma da basi solide e testate.

In generale, il progetto è solo un piccolo assaggio di un approccio che alcuni chiamano già tele-esistenza, la possibilità di interagire con una realtà in tempo reale attraverso l’uso della robotica restando fisicamente da un’altra parte.

La scuola robotica e il caso Pepper

I casi in cui la tecnologia robotica e AI modifica l’esperienza scolastica in modi creativi e innovativi sono sempre più diffusi, anche nel nostro paese.

Nel marzo di quest’anno, una scuola media di Genova (il Parini-Merello) ha deciso di adottare per tre mesi un robot umanoide in grado di adeguare il proprio comportamento in base alla persona che ha di fronte. Chiamato Pepper e progettato dalla dottoranda 26enne Lucrezia Grassi, il robot è stato costruito dall’azienda franco-giapponese Softbank e fornito di un’intelligenza artificiale creata nel Dipartimento universitario di informatica e robotica di Genova. 

In particolare, Pepper ha facilitato le relazioni con bambini ucraini approdati a scuola in seguito alla guerra.

Sono immense poi le potenzialità offerte dalla robotica nel sostegno degli alunni con disabilità cognitive o fisiche.

Nel 2017, Anthony Seldon, scrittore ed educatore britannico e in quel momento vicerettore dell’Università di Buckingham, sosteneva che i robot potessero sostituire in larga parte gli insegnanti umani già entro il 2027. A qualche anno di distanza, possiamo dire che probabilmente entro quella data non avverrà una modifica così sostanziale al modello scolastico che conosciamo, tuttavia il sistema è orientato verso un’integrazione della robotica con l’umano che si imporrà con sempre maggiore forza nei prossimi anni.


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