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Editoria in vendita all’AI? Apple tratta per i contenuti

5 minuti

Edoardo Frasso 27 Dicembre 2023
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Dopo OpenAI anche Apple va incontro alla febbre da contenuti editoriali per AI? A giudicare da quanto riportato dal New York Times parrebbe di sì. La testata rivela che l’azienda starebbe trattando con diversi grossi gruppi editoriali per finalizzare accordi economici che le consentano di utilizzare contenuti e materiali. L’obbiettivo sarebbe quello di sfruttarli negli addestramenti dei sistemi di intelligenza artificiale. Si parla di gruppi e testate come Condé Nast, editore di Vogue e del New Yorker, la NBC e la IAC. A metà dicembre anche OpenAI aveva stretto accordi commerciali con Axel Springer per integrare articoli in ChatGPT. E proprio oggi una storica ulteriore svolta: dopo mesi di tensioni proprio il New York Times ha querelato OpenAI e Microsoft per la raccolta non autorizzata di contenuti.

Partnership o nuovi monopoli?

Secondo l’indiscrezione, che cita persone vicine alle trattative, il gigante di Cupertino ha proposto accordi pluriennali del valore di almeno 50 milioni di dollari per la concessione in licenza degli archivi di articoli di notizie. Secondo le fonti interpellate, alcuni degli editori contattati da Apple si sarebbero mostrati tiepidi di fronte alla proposta ma i negoziati sono in corso.

In effetti lo scetticismo del variegato panorama editoriale è comprensibile: questa nuova corsa all’intreccio tra editoria e big tech AI è un salto nel vuoto. Nessuno sa chiaramente dire se le aziende della Silicon Valley intendano usare i contenuti acquistati per addestrare le intelligenze artificiali oppure se mirino a trasformarle in grandi contenitori editoriali che a tendere ingloberanno quelli dei ‘media pre AI’ stravolgendo ogni equilibrio di mercato. Agli occhi di diversi operatori dell’informazione più che delle partnership strategiche questi accordi milionari delle big tech somigliano a dei lasciapassare per prendere il controllo progressivo dell’industria dell’editoria.

La cautela di Apple

Mentre l’intera rete big tech mondiale si è lanciata con grande rapidità nel business dell’AI generativa, Apple ha mantenuto a riguardo una posizione defilata per gran parte dell’ultimo anno. I motivi principali hanno a che fare probabilmente con risultati in ricerca e sviluppo ancora non ritenuti soddisfacenti. I rumor e le dichiarazioni più recenti vanno nella direzione di far pensare che l’azienda sia al lavoro su qualcosa che dovrà essere impattante e mai visto prima, forse legato ad una super evoluzione dell’assistente vocale Siri.

La missione AI di Apple è rallentata da crisi su altri fronti: la Casa Bianca ha appena rifiutato di revocare il divieto di vendita degli smartwatch negli Stati Uniti. La Commissione per il commercio internazionale degli USA aveva stabilito in ottobre che il prodotto, con il suo sensore di ossigeno nel sangue violava due brevetti di tecnologia sanitaria dell’azienda Masimo Corporation. 

Seppur diverse contingenze continuino a frenare Apple nel rilasciare strumenti o tool specifici AI, l’azienda ha già comunque integrato l’intelligenza artificiale strutturalmente ad esempio migliorando notevolmente le funzioni di base dei prodotti. Insieme ai nuovi MacBook Pro e iMac l’azienda ha inoltre proposto tre nuovi chip pensati proprio per i ricercatori di intelligenza artificiale.

Una terza via

Un ruolo determinante nell’attendismo di Apple dipende certamente anche dai sistemi di raccolte dati. Molte aziende AI hanno creato dibattiti accesi per il loro accumulo ‘forzoso’ di dati attraverso sistemi di scraping in tutto il web, tecniche di ‘pesca a strascico digitale’ dalla legalità incerta. Poi ci sono le aziende come il gruppo Meta o Twitter/X che puntano sui loro social network per nutrire le AI di dati degli utenti sempre nuovi e connessi al presente.

Ma si sta creando una terza via: quella, scivolosa ma trasparente, delle partnership commerciali. Apple, che pare particolarmente sensibile riguardo al tema della privacy e della legittimità di utilizzo dei dati, ha scelto almeno per quanto riguarda i contenuti editoriali direttamente questa strada, senza passare attraverso l’attuazione sistematica dello scraping.

NYT vs OpenAI: una querela storica

Interessante è il fatto che la notizia provenga proprio dal New York Times, testata che diversi mesi fa era stata tra i principali protagonisti, nel mondo dell’informazione, a scagliarsi contro le pratiche di raccolta dati di OpenAI. L’azienda di Sam Altman nel frattempo si è parzialmente aperta al dialogo commerciale con i colossi dell’editoria, ma non è bastato. Proprio durante la giornata di oggi la testata newyorkese ha deciso di citare in giudizio OpenAI e Microsoft per violazione del copyright, una svolta storica che potrebbe ulteriormente modificare i rapporti tra le parti. Nella querela si legge che le due aziende avrebbero tentato “di sfruttare gratuitamente il massiccio investimento del Times nel suo giornalismo, utilizzandolo per costruire prodotti sostitutivi senza permesso o pagamento“. E ancora: “Non c’è nulla di ‘trasformativo’ nell’utilizzare i contenuti del Times senza pagamento per creare prodotti che sostituiscano il Times e gli sottraggano il pubblico“.

L’anno si chiude dunque con molte incognite nell’intreccio tra editoria e intelligenza artificiale. L’unica cosa certa sul futuro dell’editoria è che la partita si gioca attorno al valore economico dei contenuti. Ma che cosa comporterà, per la tenuta della libera informazione, metterli sul mercato?


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