OpenAI ha acceso la pubblicità su ChatGPT in India. Dal 27 agosto, gli utenti adulti con un account attivo sui piani Free e Go vedono annunci sponsorizzati direttamente nell’interfaccia del chatbot. È il terzo grande mercato ad adottare il modello, dopo Stati Uniti — dove il programma è partito a febbraio — ed Europa, raggiunta ad agosto.
I numeri rendono la scelta comprensibile. L’India conta oltre 100 milioni di utenti settimanali su ChatGPT, la grande maggioranza dei quali usa il piano gratuito o il piano Go, lanciato nell’agosto 2025 a meno di 5 dollari al mese — 399 rupie, circa 4 euro. OpenAI aveva persino offerto un anno di accesso gratuito al Go come promozione, una mossa raramente vista da un’azienda che brucia miliardi in costi operativi. Il mercato indiano è strategico e densamente popolato di utenti che non pagano, il profilo perfetto per la pubblicità.
Gli annunci appaiono sotto le risposte di ChatGPT, con etichetta “sponsored” e separazione visiva netta dal testo generato dal modello. OpenAI garantisce che gli annunci non influenzano le risposte e che gli inserzionisti non hanno accesso alle conversazioni o ai dati personali degli utenti — solo a metriche aggregate sulle performance. Chi è minorenne, o viene identificato come tale dall’algoritmo, non vede pubblicità. E chi non vuole gli annunci può optare per un numero ridotto di messaggi giornalieri. Il lancio coinvolge oltre 50 brand, gestiti inizialmente attraverso le agenzie WPP e Omnicom. Il 4 settembre aprirà la piattaforma self-serve, con un budget minimo di 725 rupie al giorno — circa 7,60 dollari — aperta a inserzionisti di qualsiasi dimensione.
La logica di fondo è semplice. Plus, Pro, Business, Enterprise ed Education restano senza pubblicità. Gli annunci finanziano i tier più bassi e tengono vivo un bacino di utenti che altrimenti non pagherebbe nulla. È il modello classico della piattaforma a due velocità: chi paga di più non vede annunci, chi non paga li finanzia con la propria attenzione. Sam Altman aveva definito la pubblicità “ultima risorsa” negli anni scorsi, preoccupato per l’effetto sulla fiducia degli utenti. Poi la realtà dei conti ha prevalso: secondo fonti di settore, OpenAI ha bruciato quasi 8 miliardi di dollari nel 2025, con una quota di utenti paganti ancora minoritaria rispetto alla base totale. Un IPO atteso tra il 2026 e il 2027 rende urgente dimostrare che il modello di business regge senza dipendere solo dagli abbonamenti.
Il punto più delicato del programma resta la rilevanza degli annunci. Dati emersi dai primi mesi del test americano mostrano che circa un terzo degli annunci appariva in conversazioni dove non c’era attinenza con il prodotto sponsorizzato. Dall’altro lato, il tasso di chiusura degli annunci — un proxy dell’irritazione degli utenti — si è dimezzato dalla partenza del programma a febbraio, secondo quanto dichiarato dall’ex chief revenue officer di OpenAI. Segnale che qualcosa nel sistema sta migliorando, ma che il margine di ottimizzazione resta ampio.
L’India è il banco di prova più importante che OpenAI potesse scegliere: mercato enorme, sensibile al prezzo, con una cultura digitale matura e abituata sia ai modelli freemium sia alla pubblicità integrata nelle app. Se il programma regge qui senza far calare l’engagement, il modello si espanderà. Se gli utenti si allontanano o passano a competitor come Gemini di Google — che ha in India una presenza altrettanto radicata — OpenAI dovrà rivedere la propria strategia. Il 4 settembre, con l’apertura del self-serve, arriveranno i primi dati concreti.
